I matti siamo noi. Se non li curiamo.

Verona. Treno soppresso. Il prossimo tra due ore. Non riesco a leggere il giornale. Ho ancora i loro occhi negli occhi, sento la loro paura, le impennate di violenza repressa mentre parlano con me, la voglia di raccontarsi, gli impeti di follia.
La mente a un certo punto va, segue un disegno che non e’ chiaro, cancella.
A. ha lo sguardo perso nel vuoto. Ricorda la matrigna che ha tentato di uccidere, ma dice: “Sono buona. Io sono buona. E’ che lei girava col rossetto, le scarpe col tacco, la fuori serie. E io sono onesta: a me non piacciono queste cose”.
Reparto femminile dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Castiglione delle Stiviere, l’unico ad accettare donne, 87 internate, che hanno commesso reati contro le persone ed essendo state dichiarate incapaci di intendere e di volere, devono essere curate qui. Nell’unico Opg che funzioni in Italia e che presto sara’ chiuso insieme agli altri cinque (oggetto di grande scandalo).
Trascorro la mattinata con gli uomini, poche ore con le donne. Qui si trovano persone che hanno ucciso  parenti, figli, genitori o che hanno incendiato case, violentato donne, percosso con violenza reiterata i familiari. Reati contro la persona. Sono persone malate di mente. E sono qui per curarsi. Nello stato piu’ avanzato, frequentano corsi di scrittura, di pittura, di cucina.
Vogliono tutti raccontare la propria storia. Gli uomini hanno difficolta’ a parlare del reato che hanno commesso. Non riescono a dire chi hanno ucciso. Omettono. Perche’, spesso, si tratta di un genitore o della compagna.
D. ha 22 anni, sorride: “A volte non riesco a chiudere occhio la notte per quanti progetti ho! Voglio prendere la maturita’, poi la laurea, sposarmi, avere dei figli, una vita normale”. Si ferma. Ricorda. La mente torna li’ e la quiete svanisce: “Spero di cancellare dalla mia mente. Spero nel perdono di chi ho fatto soffrire.”. E’ lucido, si esprime con proprieta’ di linguaggio, e’ consapevole della gravita’ del gesto, che ha commesso in un momento di follia (sapremo dopo che ha ucciso uno dei suoi genitori). Non ti consegna se stesso mentre si racconta, ma il desiderio di riscatto, di rivincita, l’orgoglio di chi sta compiendo un percorso costruttivo verso la riabilitazione e il reinserimento nella societa’. La dignita’ umana di un giovane, che sa di aver fatto del male, ma che sa anche di essere malato e che crede nel percorso e nella guarigione.
Le donne, invece, hanno urgenza di dirti subito che sono delle assassine, reali o potenziali, e chi hanno ammazzato. Stanno in fila per raccontare di storie che turbano:  un padre violentava tre figli, due femmine e un maschio, i piu’ piccoli lo denunciano e lui va in carcere, ma la figlia maggiore, innamorata di lui, cerca di accoltellare per vendetta i fratelli. La madre, dice per proteggerli, la accoltella a sua volta e per poco non la ammazza.
Famiglie che vivono nel disagio. E, infatti, spesso la malattia mentale nasce proprio in questi contesti.
S. porta una lettera. E’ il racconto puntuale dell’omicidio del marito. Un modo per elaborare, forse. La legge, piange, mi prende la mano e mi dice ‘grazie’. Come se avessi, per cinque minuti, alleviato la sua pena con il solo ascolto. Come se, raccontarlo ad una persona esterna, la riabilitasse agli occhi del mondo intero.
Queste persone hanno bisogno estremo del contatto umano e di mantenere un rapporto con la societa’ ‘sana’. Anche per questo Castiglione delle Stiviere e’ aperto a tutti.
I due sindacalisti si lamentano dei pasti di terza categoria, raccontano delle medicine ammazza libido, di quella volta che ‘non ho fatto niente, giusto che gli ho incendiato casa alla mia compagna, perche’ non voleva farmi vedere nostro figlio. E dopo due aborti non ce l’ho fatta. Ma io ero come voi. Lavoravo. Sto bene, io. E’ che non vogliono ammetterlo. Meglio il carcere, almeno li’ ho la tv tutta mia e la stanza da solo”.
E’ lungo il percorso per la riabilitazione. E questo ragazzo e’ solo all’inizio. La mascella si serra, lo sguardo diventa improvvisamente duro e gli occhi trasparenti. Digrigna. Tradisce la sua violenza. La sua bocca manifesta il disagio, la sua malattia. Le parole, allenate, non bastano.
L’ergastolo bianco. La fine della pena non e’ mai certa, a decidere e’ il magistrato. Proroghe continue, a volte c’e’ chi ci muore dentro ad un Opg. Magari si era recuperato anche, ma irrevocabilmente riprecipita.
Qui c’e’ anche chi si fidanza. E spera, una volta fuori, di poter costruire una famiglia. C’e’ il ragazzo, che sembra un rocker, e’ a colloquio al bar con i parenti. Persone distinte, a modo. Ha solo quelle, perche’ i genitori li ha ammazzati.
“Quella cosa li’ che ho fatto”, non tutti gli uomini riescono a pronunciare la parola omicidio. Non appartiene a loro, a chi vorrebbero essere, ma alla parte malata, che ha preso il sopravvento in quei momenti tragici.
M. e’ infastidita dalla nostra presenza. Ottura l’obiettivo della telecamera, poi si butta addosso a me: “Guardata la mia pancia, guardate la mia pancia: sono incinta!”. Non so se sia una provocazione o un modo per riabilitare una gravidanza finita in figlicidio. Qui ci sono madri che hanno ucciso i propri figli. O che hanno tentato di farlo. Figli che sono stati affidati ad altri genitori e che non vogliono piu’ avere rapporti con loro.
L’altra faccia della maternita’. Quella che non ha avuto paura di raccontare Cristina Comencini nel film Quando la notte. Il film racconta della solitudine delle mamme sfiancate dalla stanchezza, senza l’aiuto e la condivisione vicino, di cui avrebbero bisogno. Quel pianto che da’ alla testa e che, per un attimo, puo’ essere fatale. Ti fa perdere te stessa. La te stessa di cui non hai consapevolezza. E te ne fa scoprire un’altra, che non avresti mai voluto essere. Da poco si e’ iniziato a parlare dell’ambivalenza della maternita’, di sentimenti non sempre positivi che le donne possono provare verso i loro figli. Non sono mostri. Sono persone che vanno aiutate. Potrebbe accadere a chiunque di ammalarsi o di impazzire.
Ci sono stati due momenti in cui ho avuto difficolta’ a guardare negli occhi i miei interlocutori. La consapevolezza della giovinezza violata, della serenita’ perduta, della normalita’ desiderata mi turbano di piu’ di chi e’ incosciente della propria condizione. Chi e’ sulla via della guarigione sa cosa ha fatto. Sa di aver commesso un reato. Di aver ucciso una persona che amava, un familiare o un figlio. E sa che non potra’ cancellarlo dalla propria mente. Dovra’ conviverci per sempre. Nel modo piu’ costruttivo e dignitoso. In strutture adeguate. Con personale qualificato. Non nell’indifferenza o, peggio, nella diffidenza. Perche’, quel momento di follia, potrebbe essere di ognuno di noi, esseri umani.

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