In ascolto da Bose

Due occhi pazzeschi, profondi e vitali. La seconda tappa alla scoperta del turismo religioso è la Comunità di Bose, con il suo carismatico Priore Enzo Bianchi, che nel 1965 ha fondato la Comunità.

Enzo BianchiGuardandolo, non ci si sorprende delle cose incredibili che ha fatto, come vivere in una catapecchia in Francia, lungo un fiume, con altri tre fratelli, senzatetto, ex legionari ed ex carcerati, tanto che il padre lo prese per pazzo. Dei primi tre anni da solitario, che Enzo Bianchi trascorse a Bose prima che diventasse una Comunità, è rimasta una suggestiva cappella ricavata da una stalla, con soffitto in legno e pietra in terra, calda e accogliente.

Oggi, a Bose, arrivano 20.000 turisti l’anno. Non proprio robetta. Soprattutto se si considera che, senza un navigatore, sarebbe quasi impossibile arrivarci: indicazioni zero. Eppure…

Tutto è spartano e lineare, ma molto curato. Ci sono i laboratori di ceramica e il forno, si coltiva l’orto e si vendono marmellate e biscotti fatti in casa. Ma non c’è lo scontrino, si va sulla fiducia: consigliano un prezzo e lo si deposita in una cassetta. Lo stesso per la foresteria. Sempre 60 euro per vitto e alloggio: se le hai, bene… puoi anche offrirne di più. Se non le hai, offri quello che ti è possibile.

A Bose ci sono anche monache. Sarà per questo che le donne vengono qui volentieri da sole: “C’è un confronto diretto che mi fa riflettere sulla mia femminilità”, racconta un’ospite.

Ma quello che sorprende di più è incontrare molti giovani, tra cui un gruppo Bosenumeroso di 17enni. Saranno qui con la parrocchia, penso. E invece no. Da tre anni vengono a Bose di loro iniziativa, lavorano nei campi con i monaci. Sono allegri, sorridenti, felici: “Quello che mi piace di più – dice uno di loro – è il rapporto con i monaci. Sono semplici, diretti, ti insegnano un sacco di cose e ti fanno sentire al loro livello… uno di loro”.

La parola chiave di Bose è ‘ascolto’. Me lo conferma Enzo Bianchi, durante l’intervista: “La gente viene qui per essere ascoltata. In una società in cui tutti parlano, tutti hanno dei messaggi, nessuno ascolta. Ci sono persone che non conoscono la felicità, storie di amore che portano il segno della sofferenza, persone che si chiedono che senso abbia la loro vita… Soprattutto i giovani si chiedono perché,  che senso ha vivere, che senso ha lavorare… E’ possibile ancora l’avventura dell’amore? Non sempre noi abbiamo una risposta”.

Magari non avranno una risposta, ma già ascoltare gli altri mi sembra un gran lavoro.

 

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