Non tutti possono andarsene.
Non tutti vogliono farlo adesso.
Non sempre è possibile “cambiare vita”.

Però c’è una cosa che può iniziare subito.
Un lavoro di tutela.
Minimo. Ripetibile. Realistico.

Quando l’ambiente è tossico, il rischio più grande è uno: perdere la realtà.
E con la realtà, perdere salute e dignità.

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Indice

  • Prima regola: non normalizzare

  • Protocollo in 3 livelli: realtà, confini, lucidità

  • Se c’è un capo tossico: come gestire ritorsioni e controllo

  • Se ci sono clan e regole interne: come non farsi riscrivere

  • Stress sul lavoro: micro-azioni per ridurre reattività

  • Burnout: cosa mettere in sicurezza prima

  • Checklist finale

  • FAQ

Prima regola: non normalizzare

In certi contesti il bullismo non è un’eccezione. È metodo.
Arroganza e dispotismo vengono scambiati per qualità di ruolo.
I carichi non contemplano pause.
La tensione è costante.

Il primo passo non è “resistere”.
È riconoscere che non è normale.
E che il costo può essere grave.

Protocollo in 3 livelli: realtà, confini, lucidità

Qui la domanda è operativa: cosa fare.
Non cosa pensare. Non cosa sperare.

Livello 1. Mettere in sicurezza la realtà

In un ambiente tossico la realtà può essere riscritta.
Si confonde piano pubblico e privato.
I percorsi non sono trasparenti.
Le metriche diventano opache.

Conseguenza: si entra in un meta-mondo.
E si inizia a dubitare di sé.

Azione 1: scrivere i fatti.
Date. Episodi. Contesto. Testimoni.
Frasi secche. Nessun commento emotivo. Solo dati.

Azione 2: tenere traccia dei pattern.
Ritorsioni dopo un “no”.
Mail fuori orario.
Esclusioni.
Screditamento.
Cambi di regole.
Ripetizione.

Livello 2. Ripristinare confini minimi

Nei contesti tossici il controllo passa spesso dai confini.
Telefonate fuori orario.
Mail nei giorni di riposo.
Ferie violate.

Qui non serve un manifesto. Serve una linea.

Azione 3: definire confini minimi.
Reperibilità. Orari. Canali.
Anche graduali. Ma stabili.

Confine minimo significa una cosa: non essere totalmente invasi.

Azione 4: proteggere recupero e sonno.
Se il sonno salta, si diventa più reattivi. Più fragili. Più manipolabili.
Insonnia, tachicardia, stomaco chiuso, contratture sono segnali già sul tavolo.
Non vanno normalizzati.

Livello 3. Ridurre reattività, aumentare lucidità

In ambienti tossici una parte della violenza è psicologica.
E l’energia si consuma in reazione.

Qui entra un punto chiave: creare spazio tra stimolo e risposta.
Voce del capo. Mail aggressiva. Provocazione.
Attivazione.
Scelta.

Azione 5: micro-pratiche di consapevolezza.
Non per sopportare meglio.
Per vedere meglio. E proteggersi.

  • 5 respiri consapevoli prima di rispondere a una mail che attiva

  • STOP: fermati, respira, osserva, poi procedi

  • un minuto ogni ora per notare spalle, mascella, stomaco

  • una cosa alla volta almeno una volta al giorno (monotasking)

  • pausa vera tra una riunione e l’altra. Pochi minuti. Senza telefono

Obiettivo: ridurre reattività. Aumentare lucidità.

Se c’è un capo tossico: come gestire ritorsioni e controllo

In molti contesti tossici tutto deve adeguarsi alla volontà del leader.
Il “capoclan”.

Il codice è implicito ma chiaro:
“O fai come dico io, o la paghi.”

Qui il rischio è farsi trascinare.
Oppure ingoiare tutto fino a scoppiare.

Azione 6: non reagire a caldo.
Non è resa. È strategia.

Azione 7: usare linguaggio e tono come leva.
Parole rispettose e tono calmo non sono “forma”.
Sono un segnale relazionale.
E spesso evitano escalation.

Azione 8: porre un limite sostenibile.
La pratica non è anestetico.
Non significa lasciar correre.

Formula operativa già emersa:
“Ne parliamo. Ma non adesso. Mi prendo dieci minuti e poi rientro sulla questione.”

Non risolve tutto.
Ma impedisce che la reazione diventi pretesto.

 

Se ci sono clan e regole interne: come non farsi riscrivere

Quando si formano clan e sotto-clan, cambiano le regole.
Fedeltà al posto di verità.
Calunnia e arrivismo come strumenti.
Il lavoro diventa potere fine a sé stesso.

In questi sistemi la competenza può diventare una minaccia.
E si arriva a un paradosso: il talento va nascosto.

Qui la tutela è doppia:

Azione 9: non isolarsi.
La tossicità cresce nella solitudine.
E l’isolamento è un acceleratore di malessere.

Azione 10: cercare alleati.
Un collega affidabile.
Un referente sindacale.
Un professionista.
Non per “fare guerra”. Per restare ancorati.

Stress sul lavoro: micro-azioni per non farsi divorare

In questi contesti lo stress diventa endemico.
Si lavora senza pause.
Si mangia lavorando.
Si leggono mail fino a notte.
Il telefono è la prima cosa al mattino.

Effetto: si normalizza tutto.
E il corpo paga fuori dall’ufficio.

Segnali già descritti: insonnia, mal di testa, disturbi gastrici, tensioni muscolari, tachicardia, irritabilità, cinismo, isolamento.

Qui il punto è uno: inserire spazi minimi.
Non “quando hai tempo”.
Durante la giornata.

Pochi minuti, ripetuti.
Non per diventare migliori.
Per non ammalarsi.

Burnout: cosa mettere in sicurezza prima

Il burnout è esaurimento psicofisico legato a stress cronico sul lavoro non gestito.

Caratteristiche già note:

  • perdita di energie

  • isolamento, cinismo, sentimenti negativi

  • calo di attenzione e memoria

  • senso di incapacità e perdita di significato

  • ridotta produttività

Un dato operativo: spesso migliora lontano dal lavoro e peggiora al rientro.

Qui la priorità è ridurre danno.
E fare una cosa spesso trascurata: preparare un piano.

Checklist finale

  • Mettere per iscritto i fatti (date, episodi, testimoni)

  • Tenere traccia dei pattern (ritorsioni, esclusioni, riscritture)

  • Ripristinare confini minimi (orari, canali, reperibilità)

  • Proteggere sonno e recupero

  • Micro-pratiche per ridurre reattività (respiri, STOP, pause, monotasking)

  • Linguaggio fermo e misurato

  • Cercare alleati

  • Valutare risorse formali se esistono (HR, medico competente, RLS, segnalazioni)

  • Preparare un piano, anche senza andarsene subito (CV, contatti, mercato esplorato)

FAQ

Cosa fare se non posso lasciare un lavoro tossico?

Mettere in sicurezza tre cose: realtà, confini, lucidità. Scrivere i fatti. Ripristinare confini minimi. Ridurre reattività con micro-pratiche. Cercare alleati. Obiettivo: non ammalarsi.

Come proteggersi da un capo tossico senza peggiorare la situazione?

Evitare reazioni a caldo. Documentare. Usare tono misurato. Porre limiti sostenibili. In ambienti ritorsivi, la lucidità è una tutela.

Quando lo stress sul lavoro diventa un rischio concreto?

Quando diventa cronico e normalizzato. Quando il corpo manda segnali ripetuti (insonnia, tachicardia, disturbi gastrici, contratture) e quando si sta meglio lontano dal lavoro e peggio al rientro.

Cosa fare quando la realtà viene riscritta?

Scrivere i fatti. Tenere traccia dei pattern. Cercare alleati. L’obiettivo è non perdere l’oggettività quando il contesto la perde.

 

In un ambiente tossico la realtà si altera.
E chi sta dentro rischia di pagare con la salute.

Non tutti possono andarsene.
Ma tutti possono iniziare da una tutela minima.
Realtà. Confini. Lucidità.

La priorità è non ammalarsi.

Approfondimento: Lavoro tossico. Quando l’ambiente professionale avvelena. Cause e possibili rimedi
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Scritto da:

Isabella Schiavone

Giornalista professionista, scrittrice, istruttrice Mindfulness. Da luglio 2022 vice caporedattrice presso la redazione discipline olimpiche e paralimpiche di Rai Sport. Dal 2002 a giugno 2022 al Tg1, prima ad Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – Speciali, infine nella redazione Ambiente – Società – Sport come caposervizio.

Appassionata di inchieste sociali, ambientali e di storie di vita. Impegnata nel terzo settore.

Sono laureata in Sociologia a La Sapienza di Roma, specializzata in Giornalismo alla Luiss Guido Carli. Ho frequentato un corso di perfezionamento per inviati in aree di crisi della Fondazione Cutuli, che mi ha portato in Libano e in Kosovo embedded.

Ho iniziato a lavorare presto nelle radio e nelle tv locali, ho scritto per l’Ansaweb, per Redattore Sociale e per il Gruppo L’Espresso, mossa anche dalla passione per la multimedialità e l’online. Ho avuto il primo contratto in Rai al Giornale Radio, ho lavorato nella redazione Esteri del Tg2 e a Rai Educational, quando ero ancora universitaria.

Ho condotto la rubrica Tendenze del Tg1.

Ho vinto il Premio Luchetta Hrovatin nel 2006, con un’inchiesta sulla droga a Scampia andata in onda a Tv7 – Speciali Tg1. Ho ricevuto nel 2016 il Premio Pentapolis – Giornalisti per la Sostenibilità, in collaborazione con Ispra, Ministero dell’Ambiente, Lumsa e FNSI. A maggio 2017 un mio servizio andato in onda al Tg1, sul riconoscimento delle unioni civili, è stato premiato da Diversity Media Awards, grazie al lavoro dell’Osservatorio di Pavia, come miglior servizio andato in onda sulla diversità. A settembre 2018 ho ricevuto il Premio Responsabilità Sociale Amato Lamberti nella categoria giornalismo. A maggio 2019 un mio servizio sull’autismo è stato candidato ai Diversity Media Awards. Da maggio 2022 sono Ambasciatrice Telefono Rosa per il mio impegno in difesa dei diritti delle donne e a sostegno dei minori.

In oltre 20 anni ho realizzato, per il Tg1, numerose inchieste e reportage di denuncia sociale.

Ho insegnato “Teoria e tecnica del giornalismo televisivo” all’Università di Tor Vergata e ho ricoperto il ruolo di docente, per i giornalisti, nel processo di digitalizzazione del Tg1.

Amo e frequento l’Africa, dove ho realizzato due documentari autoprodotti, di cui uno girato con lo smartphone, andati in onda su Rai Uno.

A giugno 2017 è uscito il mio romanzo d’esordio, proposto al Premio Strega 2018, Lunavulcano (Lastaria Edizioni), i cui diritti d’autore sono devoluti in beneficenza in Africa. A settembre 2017 Lunavulcano ha vinto il Premio “Un libro per il cinema“, dedicato alla memoria di Paolo Villaggio, organizzato dall’Isola del Cinema di Roma.

A settembre 2020 è uscito Fiori di Mango (Lastaria Edizioni), proposto al Premio Strega 2021.

E’ di maggio 2024 il saggio “Pratico, ergo sum” (Mimesis Edizioni), con prefazione di Vito Mancuso, una guida gentile per rivoluzionare la società con la meditazione e il Tai Chi Chuan. L'ultimo libro è un saggio/inchiesta dal titolo "Lavoro tossico", Nutrimenti Edizioni.

Sono Istruttrice Mindfulness (o pratica dell’attenzione consapevole) e protocollo Mbsr (Mindfulness Based Stress Reduction) con diploma rilasciato da Sapienza Università di Roma e dal Center for Mindfulness della University of California of San Diego – in collaborazione con Italia Mindfulness – nell’ambito del Master universitario di II livello “Mindfulness: pratica, clinica e neuroscienze” (110 e lode).
Conduco gruppi di meditazione in presenza e online. Le mie aree di intervento sono: protocollo Mbsr, mindfulness aziendale, interventi mindfulness based individuali. Organizzo eventi di pratica con diverse realtà, tra cui Italia Mindfulness.

Pratico meditazione Vipassana da quasi un ventennio con Neva Papachristou e Corrado Pensa. Partecipo regolarmente ad intensivi e ritiri residenziali di varia lunghezza. Nel corso degli anni ho partecipato a numerosi ritiri di meditazione e ho seguito gli insegnamenti di diversi maestri tra cui Mario Thanavaro, Dario Doshin Girolami, Pablo D'Ors, Frank Ostaseski, Henk Barendregt, Ajahn Chandapalo.

Dal 2019 pratico Tai Chi Chuan stile Yang con Anna Siniscalco e dal 2023 Yoga con Silvia Mileto.