
C’è una scena diventata normale.
Un tappetino steso in salotto, la notifica silenziata, l’app aperta. “Sessione: 10 minuti. Obiettivo: ridurre lo stress. Risultato: migliorare focus.” E tu lì, a respirare, ma con un occhio invisibile addosso. Come se persino il respiro dovesse produrre un grafico.
Nei parchi, al mattino, il tai chi chuan scorre lento tra gli alberi. Ma anche lì, talvolta, subentra un’altra lingua: miglioramento, progressione, “livello”, prestazione. La lentezza viene misurata. La quiete diventa un compito.
È questo il punto: la società della prestazione non si limita all’ufficio, al fitness, al personal branding. Sta attraversando luoghi che avevano promesso il contrario. Sta invadendo tappetini di yoga, cuscini di meditazione, parchi in cui si pratica Tai Chi Chuan. E lo fa con un sorriso gentile, con parole come “benessere”, “equilibrio”, “mindfulness”, mentre sotto traccia chiede sempre la stessa cosa: rendere.
Indice
-
Perché anche le pratiche contemplative diventano performance
-
Il limite: non attraversato, ma scavalcato
-
Meditazione come anestesia e controllo
-
McMindfulness: la consapevolezza ridotta a strumento
-
Yoga e tai chi nella logica del “migliorati sempre”
-
Come riconoscere quando stai performando anche nel silenzio
-
Tornare alla pratica: dal risultato alla presenza
-
Domande frequenti
Perché anche le pratiche contemplative diventano performance
Byung-Chul Han ha descritto una trasformazione culturale precisa: non siamo più solo “obbligati” dall’esterno, siamo spinti a performare continuamente, spesso convincendoci che sia una scelta personale. È la forma più efficace di controllo: l’auto-sfruttamento con l’etichetta della libertà.
Quando questa logica arriva nello yoga o nella meditazione, succede qualcosa di sottile. Non si presenta come violenza, ma come ottimizzazione.
-
“Medito per essere più produttivo.”
-
“Faccio yoga per reggere meglio.”
-
“Pratico Tai Chi Chuan per aumentare concentrazione e performance.”
Sono frasi comprensibili, persino legittime. Il problema nasce quando diventano l’unico senso possibile. Quando la pratica non è più un luogo di verità, ma un’officina di manutenzione del rendimento.
E allora il cuscino di meditazione somiglia a una scrivania: siedi per “fare”, non per “stare”. Il respiro diventa un KPI personale. Il corpo, un progetto da gestire.
Il limite: non attraversato, ma scavalcato
C’è una radice emotiva, prima ancora che culturale: la difficoltà ad accettare il limite.
Il limite oggi viene vissuto come un errore di sistema. Una cosa da correggere. Un collo di bottiglia da eliminare. Non ci si chiede più: che cosa mi sta dicendo questo limite? Si pensa: come lo supero?
Eppure il limite, nelle pratiche contemplative, non è un ostacolo da aggirare. È una soglia da attraversare.
Attraversare non significa vincere. Significa restare abbastanza a lungo da capire.
-
La gamba che trema in posizione, e tu che non puoi barare.
-
Il pensiero che ritorna, e tu che non puoi “disinstallarlo”.
-
La tristezza che affiora, e tu che non puoi convertirla in “energia positiva” senza perderla.
Qui sta lo scarto: la società della prestazione non tollera la frizione, e dunque non tollera il limite. Vuole immediatezza, risultato, progresso. Ma la pratica vera è spesso un’educazione alla non-immediatezza.
Non “superare senza attraversare”.
Attraversare e scoprire che non tutto va risolto.
La meditazione può diventare anestesia e controllo?
Sì. E non serve nemmeno che qualcuno te lo imponga. Ci arrivi da solo, quando la meditazione diventa un modo per non sentire.
La promessa implicita è seducente: “se fai bene, starai bene”.
Ma la vita reale non funziona così. La meditazione non è un antidolorifico morale, né un pulsante “mute” per le emozioni.
Quando diventa anestesia, la riconosci da alcuni segnali:
-
cerchi la sessione come una fuga, non come un incontro

-
ti giudichi se “non riesci” a calmarti
-
usi la pratica per rientrare velocemente in produzione
-
confondi pace con assenza di conflitto interno
La meditazione, invece, nasce come capacità di vedere. Non come capacità di cancellare.
Vedere significa anche guardare la paura, la rabbia, la fatica.
E qui la logica della performance s’infila come una mano gentile: trasforma la pratica in un dispositivo di controllo. Non più presenza, ma gestione. Non più consapevolezza, ma addomesticamento.
McMindfulness: quando la consapevolezza diventa strumento
“McMindfulness” è un’espressione che fotografa bene il fenomeno: una mindfulness pronta all’uso, veloce, standardizzata, performante, spesso venduta come upgrade della produttività.
Il punto non è demonizzare la mindfulness in contesti lavorativi o clinici. Il punto è chiedersi: che cosa stiamo facendo alla consapevolezza quando la usiamo solo per performare meglio?
Se la consapevolezza serve a vedere, allora a volte serve anche a vedere l’ingiustizia, la dismisura, il sovraccarico. Come nei luoghi di lavoro tossici.
Ma se la trasformi in tecnica per “reggere di più”, rischi questo paradosso: invece di cambiare ciò che ti consuma, ti alleni a tollerarlo. E lo chiami benessere.
È una forma di igiene emotiva che non tocca la radice.
Come passare uno spray profumato in una stanza senza aprire la finestra.
Yoga e Tai Chi Chuan nella logica del “migliorati sempre”
Lo yoga nasce anche come disciplina del corpo, certo. Ma la disciplina non coincide con la prestazione.
La prestazione ti chiede di dimostrare.
La pratica ti chiede di ascoltare.
Nella cultura contemporanea, però, il corpo è spesso trattato come un curriculum: flessibilità, forza, estetica, progressi misurabili. Così lo yoga rischia di diventare un’altra palestra dell’io.
Nel Tai Chi Chuan, che ha un rapporto intimo con la lentezza e la continuità, la distorsione è ancora più evidente: se trasformi la lentezza in un record, stai tradendo la lentezza. Se trasformi l’armonia in una prova, stai perdendo l’armonia.
Eppure succede, perché la logica della prestazione non tollera zone franche.
Entra ovunque, come una riunione che si infiltra anche in un sabato mattina.
Come capire se stai “performando” anche nella spiritualità?
Qui la risposta è meno teorica e più concreta: ascoltandoti.
Non nel senso di “sentire solo ciò che ti piace”, ma di rilevare il clima interno mentre pratichi. Alcune domande aiutano, senza interrogare, aprendo spazio:
-
Sto praticando per stare o per ottenere un risultato?
-
Se oggi non “miglioro”, mi sento fallito?
-
Il mio corpo è un compagno o un progetto?
-
La mia mente è un luogo da abitare o un problema da risolvere?
-
La pratica mi rende più vero o solo più efficiente?
Quando la performance domina, la pratica diventa ansiosa. Anche se fuori appare perfetta.
Diventa una stanza lucida, senza disordine, ma senza vita.
È possibile praticare senza obiettivi, timer e risultati?
Qui c’è una frase che vale come bussola: non è solo possibile, si deve. Quella è pratica.
Non significa rifiutare ogni struttura. Timer e tecniche possono essere strumenti utili. Ma non possono diventare il senso. L’obiettivo non deve mangiare la presenza.
Praticare senza obiettivi, in profondità, vuol dire:
-
fare spazio a ciò che c’è, non a ciò che “dovrebbe esserci”
-
accettare che alcune sedute siano opache, confuse, stanche
-
lasciare che la qualità non sia sempre misurabile
-
imparare a sostare nel limite invece di scavalcarlo
Il limite non è una sconfitta. È un insegnante severo e onesto.
Ti restituisce alla misura umana, che oggi sembra quasi un atto di resistenza.
Tornare alla pratica: dal risultato alla presenza
Se la società della prestazione invade il tappetino, la risposta non è “fare meglio”. È cambiare postura mentale.
-
Rinominare ciò che fai
Non “sessione produttiva”, non “allenamento mentale”. Semplicemente: pratica. Un gesto senza applausi. -
Accettare l’inutile come cura
In una cultura che valorizza solo ciò che produce, scegliere l’inutile è un atto etico. Un modo per dire: io non sono una macchina. -
Riconoscere quando stai usando la pratica per reggere l’insostenibile
Se la meditazione serve solo a tornare più docile dentro una vita che ti divora, forse il lavoro vero è altrove. La consapevolezza serve anche a cambiare. -
Rimettere il corpo al centro, non l’immagine del corpo
Non la foto della posa, non il confronto, non la progressione come trofeo. Il corpo reale, oggi, qui, con le sue soglie. -
Fare pace con il limite come luogo di verità
Non superarlo senza attraversarlo. Attraversarlo, e scoprire che non tutto va “risolto” per essere vissuto.
La pratica non è una fuga dalla vita. È un modo di starci dentro, senza anestesia.
Il punto non è difendere la pratica come un tempio. È difenderla come una possibilità umana: stare nel limite, attraversarlo e non scambiarlo per un fallimento.
Il benessere non è un’altra gara.
È un ritorno alla presenza, quando nessuno ti sta valutando.
Domande frequenti (FAQ)
Che cosa significa “società della prestazione” applicata a yoga e meditazione?
Significa che anche pratiche nate per coltivare presenza e limite vengono vissute come compiti di rendimento: migliorare, misurare, ottimizzare. Il respiro diventa uno strumento per produrre di più, non per vedere meglio. La pratica rischia di trasformarsi in auto-sfruttamento con un linguaggio “gentile”.
Cos’è la McMindfulness e perché è un problema?
È una mindfulness semplificata e venduta come soluzione rapida, spesso orientata alla produttività. Il rischio non nella pratica in sé, ma la riduzione della consapevolezza a strumento: non serve più a vedere la realtà, ma a sopportarla. Diventa gestione del sintomo, non trasformazione del rapporto con la vita.
Come capisco se sto usando la meditazione come anestesia?
Se pratichi solo per non sentire, se ti giudichi quando emergono emozioni difficili, se cerchi la calma come “prestazione”, è possibile che tu stia anestetizzando. La meditazione non elimina il dolore a comando, ti insegna a incontrarlo senza esserne travolto, e senza mentire a te stesso.
È sbagliato meditare per ridurre lo stress o dormire meglio?
No, non è sbagliato. È umano. Diventa problematico quando quello è l’unico scopo e quando la pratica viene usata solo per tornare ad essere più efficiente, senza ascoltare che cosa lo stress sta segnalando. La pratica può aiutare, ma non dovrebbe diventare un modo per ignorare sistematicamente i tuoi limiti.
Come posso “tornare alla pratica” in modo semplice?
Riduci l’ossessione del risultato. Scegli una forma sostenibile, pochi minuti, ma con un’intenzione chiara: stare con ciò che c’è. Nota il corpo, il respiro, le resistenze. Quando la mente chiede “sto facendo bene?”, rispondi con gentilezza: “sto facendo”. E resta.
