Il burnout non arriva all’improvviso. Non è un crollo teatrale, non è una diagnosi che compare in una mattina qualsiasi. È un processo. Una lenta erosione.

Si insinua nei dettagli quotidiani: nella stanchezza che non passa con il weekend, nell’irritabilità che non si sa spiegare, nella perdita di entusiasmo verso un lavoro che un tempo aveva senso. In una società che normalizza la pressione, la reperibilità costante e la compressione dei tempi di vita, molti segnali vengono scambiati per “fase intensa”. Finché il corpo e la mente non presentano il conto.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce il burnout come una sindrome derivante da stress cronico sul lavoro non gestito con successo. Non è una fragilità individuale. È una frattura tra persona e contesto.

I campanelli d’allarme del burnout lavorativo

1. Esaurimento fisico e mentale persistente

Non si tratta della normale fatica dopo una giornata complessa. È una stanchezza che non si risolve con il riposo.
Sonno non ristoratore, difficoltà a concentrarsi, calo di energia costante, mal di testa frequenti, tensioni muscolari, disturbi gastrointestinali. Il corpo parla prima della consapevolezza.

Quando anche il tempo libero non ricarica più, è un segnale.

2. Distacco emotivo e cinismo

Il lavoro diventa un luogo da sopportare, non da abitare.
Si sviluppa una distanza emotiva: colleghi e clienti vengono percepiti come ostacoli, non come interlocutori. Cresce il sarcasmo, la disillusione, la sensazione di essere “fuori posto”.

Non è semplice disaffezione. È un meccanismo di difesa.

3. Sensazione di inefficacia e perdita di senso

Il burnout intacca il senso di competenza.
Anche chi ha sempre lavorato con impegno e responsabilità inizia a dubitare delle proprie capacità. Ogni errore pesa il doppio, ogni riconoscimento sembra insufficiente.

Quando il lavoro non restituisce più identità, ma solo prestazione, qualcosa si incrina.

4. Iperattivazione e incapacità di fermarsi

Contrariamente a quanto si pensa, il burnout non è solo rallentamento.
Può manifestarsi anche con un’accelerazione continua: controllo ossessivo delle mail, incapacità di staccare, lavoro nei weekend, senso di colpa quando non si produce.

È la fase in cui si tenta di compensare un sistema disfunzionale con uno sforzo individuale ancora maggiore.

5. Isolamento e ritiro

Si evitano relazioni, si declinano inviti, si riduce la vita sociale.
Il lavoro occupa lo spazio mentale anche fuori dall’ufficio, oppure viene rimosso completamente come argomento tabù. In entrambi i casi, si restringe il campo della vita.

6. Somatizzazioni e sintomi psicosomatici

Tachicardia, reflusso, dermatiti, crisi d’ansia, attacchi di panico.
Il burnout non resta confinato alla sfera psicologica. Diventa corpo.

Quando il malessere è costante ma non viene nominato, trova altre vie per esprimersi.

Cosa fare in caso di burnout

Il burnout non si supera con una vacanza. Non si risolve con una frase motivazionale. Richiede lucidità e scelte.

1. Riconoscere che non è debolezza

Il primo passo è culturale.
Il burnout non è un fallimento personale. È spesso la conseguenza di carichi di lavoro ingestibili, leadership disfunzionali, mancanza di riconoscimento, precarietà cronica.

Colpevolizzarsi prolunga il danno.

2. Interrompere la negazione

Molte persone sanno di stare spingendo troppo. Continuano comunque.
Il corpo manda segnali progressivi: ignorarli significa trasformare un campanello d’allarme in una sirena.

Prendere sul serio i sintomi è un atto di responsabilità.

3. Chiedere supporto qualificato

Medico di base, psicoterapeuta, medico del lavoro.
Il burnout ha una dimensione clinica che merita attenzione. Parlare con un professionista aiuta a distinguere tra esaurimento lavorativo, depressione, disturbo d’ansia.

La cura non è un lusso. È prevenzione.

4. Ridefinire i confini

Reperibilità costante, email notturne, carichi extra non riconosciuti: tutto questo erode progressivamente la salute mentale.

Stabilire confini non è disimpegno. È tutela.
Orari chiari, pause reali, diritto alla disconnessione. Anche quando il contesto non lo favorisce.

5. Valutare il contesto, non solo sé stessi

Non tutto dipende dalla resilienza individuale.
Se l’ambiente è strutturalmente tossico — leadership umiliante, mobbing, straining, carichi irragionevoli — la soluzione non può essere solo “imparare a gestire meglio lo stress”.

A volte la scelta più difficile è anche la più necessaria: cambiare mansione, reparto, azienda.

6. Ripensare il rapporto con il lavoro

Il burnout è spesso il sintomo di una frattura più profonda: quando il lavoro diventa l’unica fonte di identità e riconoscimento.

Recuperare dimensioni extra-professionali — relazioni, interessi, cura di sé — non è evasione. È riequilibrio.

Il punto cruciale

Il burnout non riguarda solo il singolo lavoratore. È un indicatore culturale.

Quando un sistema considera normale lavorare dieci ore al giorno in tensione costante, quando il riconoscimento è sostituito dal controllo, quando il merito viene oscurato dall’arroganza, il problema non è individuale. È organizzativo.

La salute, come ricorda l’OMS, è uno stato di benessere fisico, mentale e sociale.
Un lavoro che erode sistematicamente questi tre pilastri non può essere considerato sostenibile.

Riconoscere il burnout significa interrompere una narrazione pericolosa: quella che confonde dedizione con auto-sfruttamento, resilienza con anestesia, ambizione con sacrificio permanente.

Non si lavora per ammalarsi.
E quando il lavoro diventa malattia, il cambiamento non è un capriccio. È una necessità.

FAQ

Cos’è il burnout lavorativo?

Il burnout lavorativo è una sindrome da stress cronico legato al lavoro non gestito in modo efficace. Si manifesta con esaurimento fisico e mentale, distacco emotivo e perdita di efficacia professionale.

Quali sono i primi segnali del burnout?

I primi campanelli d’allarme includono stanchezza persistente, insonnia, irritabilità, difficoltà di concentrazione, disturbi psicosomatici e perdita di motivazione. Quando il riposo non ristora più, è un segnale importante.

Il burnout è una malattia riconosciuta?

L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo riconosce come sindrome legata al contesto lavorativo. Non è una debolezza individuale ma una risposta a stress professionale cronico.

Come si esce dal burnout lavorativo?

Uscire dal burnout richiede consapevolezza, supporto professionale, ridefinizione dei confini lavorativi e, in alcuni casi, un cambiamento di contesto. La sola resilienza individuale non basta se l’ambiente resta disfunzionale.

Il burnout è sempre colpa del lavoratore?

No. Il burnout è spesso il risultato di carichi eccessivi, leadership tossica, mancanza di riconoscimento e cultura organizzativa disfunzionale. È un indicatore sistemico, non solo personale.

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Scritto da:

Isabella Schiavone

Giornalista professionista, scrittrice, istruttrice Mindfulness. Da luglio 2022 vice caporedattrice presso la redazione discipline olimpiche e paralimpiche di Rai Sport. Dal 2002 a giugno 2022 al Tg1, prima ad Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – Speciali, infine nella redazione Ambiente – Società – Sport come caposervizio.

Appassionata di inchieste sociali, ambientali e di storie di vita. Impegnata nel terzo settore.

Sono laureata in Sociologia a La Sapienza di Roma, specializzata in Giornalismo alla Luiss Guido Carli. Ho frequentato un corso di perfezionamento per inviati in aree di crisi della Fondazione Cutuli, che mi ha portato in Libano e in Kosovo embedded.

Ho iniziato a lavorare presto nelle radio e nelle tv locali, ho scritto per l’Ansaweb, per Redattore Sociale e per il Gruppo L’Espresso, mossa anche dalla passione per la multimedialità e l’online. Ho avuto il primo contratto in Rai al Giornale Radio, ho lavorato nella redazione Esteri del Tg2 e a Rai Educational, quando ero ancora universitaria.

Ho condotto la rubrica Tendenze del Tg1.

Ho vinto il Premio Luchetta Hrovatin nel 2006, con un’inchiesta sulla droga a Scampia andata in onda a Tv7 – Speciali Tg1. Ho ricevuto nel 2016 il Premio Pentapolis – Giornalisti per la Sostenibilità, in collaborazione con Ispra, Ministero dell’Ambiente, Lumsa e FNSI. A maggio 2017 un mio servizio andato in onda al Tg1, sul riconoscimento delle unioni civili, è stato premiato da Diversity Media Awards, grazie al lavoro dell’Osservatorio di Pavia, come miglior servizio andato in onda sulla diversità. A settembre 2018 ho ricevuto il Premio Responsabilità Sociale Amato Lamberti nella categoria giornalismo. A maggio 2019 un mio servizio sull’autismo è stato candidato ai Diversity Media Awards. Da maggio 2022 sono Ambasciatrice Telefono Rosa per il mio impegno in difesa dei diritti delle donne e a sostegno dei minori.

In oltre 20 anni ho realizzato, per il Tg1, numerose inchieste e reportage di denuncia sociale.

Ho insegnato “Teoria e tecnica del giornalismo televisivo” all’Università di Tor Vergata e ho ricoperto il ruolo di docente, per i giornalisti, nel processo di digitalizzazione del Tg1.

Amo e frequento l’Africa, dove ho realizzato due documentari autoprodotti, di cui uno girato con lo smartphone, andati in onda su Rai Uno.

A giugno 2017 è uscito il mio romanzo d’esordio, proposto al Premio Strega 2018, Lunavulcano (Lastaria Edizioni), i cui diritti d’autore sono devoluti in beneficenza in Africa. A settembre 2017 Lunavulcano ha vinto il Premio “Un libro per il cinema“, dedicato alla memoria di Paolo Villaggio, organizzato dall’Isola del Cinema di Roma.

A settembre 2020 è uscito Fiori di Mango (Lastaria Edizioni), proposto al Premio Strega 2021.

E’ di maggio 2024 il saggio “Pratico, ergo sum” (Mimesis Edizioni), con prefazione di Vito Mancuso, una guida gentile per rivoluzionare la società con la meditazione e il Tai Chi Chuan. L'ultimo libro è un saggio/inchiesta dal titolo "Lavoro tossico", Nutrimenti Edizioni.

Sono Istruttrice Mindfulness (o pratica dell’attenzione consapevole) e protocollo Mbsr (Mindfulness Based Stress Reduction) con diploma rilasciato da Sapienza Università di Roma e dal Center for Mindfulness della University of California of San Diego – in collaborazione con Italia Mindfulness – nell’ambito del Master universitario di II livello “Mindfulness: pratica, clinica e neuroscienze” (110 e lode).
Conduco gruppi di meditazione in presenza e online. Le mie aree di intervento sono: protocollo Mbsr, mindfulness aziendale, interventi mindfulness based individuali. Organizzo eventi di pratica con diverse realtà, tra cui Italia Mindfulness.

Pratico meditazione Vipassana da quasi un ventennio con Neva Papachristou e Corrado Pensa. Partecipo regolarmente ad intensivi e ritiri residenziali di varia lunghezza. Nel corso degli anni ho partecipato a numerosi ritiri di meditazione e ho seguito gli insegnamenti di diversi maestri tra cui Mario Thanavaro, Dario Doshin Girolami, Pablo D'Ors, Frank Ostaseski, Henk Barendregt, Ajahn Chandapalo.

Dal 2019 pratico Tai Chi Chuan stile Yang con Anna Siniscalco e dal 2023 Yoga con Silvia Mileto.