Arrivi in un posto qualunque. Un tratto d’asfalto, un lembo di prato, una radura tra gli alberi. Il mondo passa, non si ferma. C’è il traffico in lontananza, voci che tagliano l’aria, qualcuno che scrolla sul telefono mentre cammina. Uno spazio “x”, neutro, intercambiabile.

Poi però ci porti il corpo. Il respiro. Un’intenzione che non fa rumore. E succede una cosa semplice e quasi misteriosa: quello che era “fuori” comincia a diventare “dentro”. Non perché lo spazio cambi forma, ma perché cambia il modo in cui lo incontri.

È qui che la pratica diventa un’arte: l’arte di abitare. Abitare un gesto. Abitare un silenzio. Abitare la presenza, anche quando intorno la vita non rallenta.

In questo articolo vediamo:

  • perché praticare (soprattutto insieme) può “animare” un luogo

  • come creare un centro di attenzione nella pratica quotidiana

  • che cos’è davvero l’energia condivisa: presenza, comunità, disciplina gentile

  • come coltivare la continuità a casa dopo il gruppo, senza perdere il filo


Indice

  • Perché lo stesso luogo sembra diverso dopo la pratica

  • Come la pratica trasforma lo spazio in un luogo interiore

  • Energia condivisa: quando la somma diventa un solo gesto

  • Come creare un “centro” di attenzione durante la pratica quotidiana

  • Dal gruppo a casa: come coltivare la continuità senza nostalgia

  • Domande frequenti


Perché lo stesso luogo sembra diverso dopo la pratica

Ci sono posti che riconosci “a pelle”. E non perché siano speciali in sé, ma perché lì hai vissuto qualcosa: una conversazione nutriente, un incontro, una soglia attraversata.

Con la pratica succede qualcosa di simile, ma più sottile. Un angolo di parco può diventare, per un’ora, casa. Non una casa fatta di muri, ma abitata da qualità. Una casa fatta di attenzione raccolta, di disciplina gentile, di respiro che si accorda.

Eppure, se torni lì due giorni dopo, spesso non lo riconosci. È lo stesso prato, la stessa luce, lo stesso asfalto. Ma non c’è più quell’aria. Non c’è più quell’ordine. Ti viene da chiederti: com’è possibile?

Lo spazio non conserva automaticamente ciò che abbiamo vissuto. Lo spazio è un contenitore, sì, ma non è un archivio. Quello che resta davvero, se resta, resta in te.

E allora la domanda si apre, pulita:
dove vive la pratica, se il luogo torna neutro?


Come la pratica trasforma lo spazio in un luogo interiore

La parola chiave è relazione.

Uno spazio diventa “luogo” quando viene abitato. Non basta esserci: serve presenza. È come quando accendi una lampada in una stanza. La stanza era lì anche prima, ma tu la vedi davvero solo quando la luce si accende.

La pratica è quella luce, ma non è una luce teatrale. È una luce quotidiana. Si accende con cose piccole:

  • un allineamento del corpo

  • un ritmo del respiro

  • una decisione gentile di restare

Ogni volta che pratichi, anche per poco, stai dicendo al sistema nervoso: “Qui. Adesso.”
Non è controllo. È contatto.

E quando questo contatto è condiviso, quando più persone entrano nello stesso tipo di ascolto, lo spazio si comporta quasi come un organismo. Non perché sia magico in senso ingenuo, ma perché la presenza è contagiosa. La qualità si trasmette. La postura di uno chiama la postura dell’altro, il silenzio di uno protegge il silenzio dell’altro.

Il luogo, così, smette di essere scenario e diventa campo. Un campo che si forma e si dissolve, ma intanto nutre.


Energia condivisa: quando la somma diventa un solo gesto

“Energia” è una parola rischiosa: può diventare vapore, può scivolare nella vaghezza. Qui, invece, è concreta.

Energia condivisa è:

  • la sensazione che il tuo respiro trovi un ritmo più ampio

  • il fatto che la tua attenzione, da sola fragile, in gruppo diventi stabile

  • l’esperienza di essere sostenuto senza essere spinto

  • la disciplina che non umilia, non pretende, non misura, ma educa

È come quando cammini in una città: da solo sei una goccia nel flusso, con altri in un passo comune il tuo corpo si regola. Cambia l’andatura, cambia la percezione del tempo. Non ti senti “trascinato”, ti senti “accordato”.

In pratica succede qualcosa di simile:
la somma dei gesti diventa un solo gesto.
La somma dei respiri genera un’aria diversa.

E questo campo, paradossalmente, non appartiene a nessuno. Proprio per questo nutre tutti. È un deposito temporaneo e potente, che nasce quando più praticanti fanno della loro attenzione un unico centro.

Ma c’è una verità semplice, e impegnativa:
la comunità ti amplifica, non ti sostituisce.


Come creare un “centro” di attenzione durante la pratica quotidiana

Qui entriamo nel punto pratico, senza perdere profondità. Perché “centro” non è un concetto astratto, è una scelta ripetuta.

Un centro di attenzione è un riferimento stabile. Un semaforo interno. Qualcosa che ti aiuta a non disperderti nel traffico delle notifiche mentali.

1) Scegli un’ancora, una sola

Non dieci cose insieme. Una.

  • il respiro nelle narici

  • il peso dei piedi a terra

  • un punto nello spazio davanti a te

  • un gesto specifico che ripeti lentamente

Quando l’attenzione scappa, non la rimproveri. La riporti.
Ogni volta che la riporti, stai allenando il centro.

2) Riduci l’ampiezza, aumenta la cura

Se hai poco tempo, non fare una pratica “più veloce”. Falla più piccola e più precisa.

Cinque minuti possono essere un luogo interiore, se hanno forma.
Un gesto semplice, ripetuto con ascolto, vale più di una sequenza lunga fatta in automatico.

3) Dai un inizio e una fine al rito

Il centro ha bisogno di soglie.
Non serve incenso, serve chiarezza.

Un esempio molto concreto:

  • prima di iniziare: 3 respiri lenti, mascella rilassata, piedi che sentono il contatto con il suolo

  • alla fine: una pausa di 20 secondi per “registrare” la qualità

Sembra poco. Cambia tutto. È la differenza tra “fare” e “abitare”.

4) Fai pace con l’imperfezione

La pratica quotidiana non è una performance.
Non è una griglia Excel da riempire. Non è un KPI.

È una relazione. E le relazioni si coltivano anche quando non sono perfette.
Se oggi la mente è rumorosa, pratichi con la mente rumorosa.
Se oggi il corpo è rigido, pratichi con la rigidità.

La pratica non chiede condizioni ideali. Chiede presenza possibile.


Dal gruppo a casa: come coltivare la continuità

Dopo una lezione di gruppo spesso senti: ordine, pienezza, un tono interno buono. Poi torni a casa e quel tono si sfilaccia. La cucina da sistemare, il telefono, la stanchezza. Ti sembra di perdere tutto.

Qui la continuità non è “replicare” il gruppo. È distillare.

Porta a casa una qualità, non tutto

Non provare a ricreare l’intera sessione. Porta a casa un’essenza:

  • lo stesso modo di respirare per tre minuti

  • la stessa attenzione ai piedi

  • lo stesso ritmo lento e pulito

È come tornare da una sorgente con una borraccia. Non ti porti via il prato, ti porti via l’acqua.

Trasforma un angolo in soglia

Non serve uno studio perfetto. Serve un luogo che riconosci come “qui si pratica”.
Un tappetino, una sedia, un punto vicino alla finestra. Piccolo, ma coerente.

Ogni volta che lo attraversi, il corpo capisce.
E smette di negoziare.

Allenati a “stare” prima di fare

Molti praticanti, e molti insegnanti lo vedono: a casa si salta subito alla forma, alla sequenza, alla tecnica.

Prova l’opposto:

  • 1 minuto di immobilità semplice

  • 2 minuti di respiro

  • qualche sequenza o asana

La pratica nasce nel momento in cui smetti di scappare.
Il resto viene dopo.

Ricorda: il luogo ti sostiene, ma non ti sostituisce

Il gruppo è una cassa di risonanza. Ti aiuta a ricordare chi sei quando sei presente. Ma la casa più difficile è quella che devi abitare da solo, senza applausi, senza specchi, senza confronto.

Ed è anche la più preziosa.
Perché lì la pratica diventa tua davvero.

Lo spazio non è solo spazio. Diventa luogo quando lo abiti. E diventa luogo interiore quando la pratica ti insegna a portare con te quella qualità, anche fuori dal parco, anche lontano dalla comunità, anche nei giorni storti.

Il gruppo accende il fuoco.
Ma la vera arte è imparare a tenerlo acceso senza dipendere dalla stanza.

Perché, alla fine, la pratica è questo: un’arte di abitare. Abitare un gesto. Abitare un respiro. Abitare il silenzio senza scappare. E scoprire, ogni volta, che il vero luogo, se lo coltivi, cammina con te.


Domande frequenti

Perché in gruppo la pratica “funziona meglio”?

Perché l’attenzione condivisa stabilizza: il corpo si regola, la mente si quieta più facilmente e la disciplina diventa gentile. Il gruppo non fa il lavoro al posto tuo, ma crea un contenitore che sostiene la continuità e rende più facile restare presenti.

Come posso creare un centro di attenzione se ho solo 5 minuti?

Scegli un’ancora unica (respiro, piedi, sguardo) e ripeti un gesto semplice con cura. Dai un inizio e una fine: tre respiri per entrare, una breve pausa per chiudere. Cinque minuti “abitati” valgono più di mezz’ora in automatico.

È normale che a casa la pratica sembri più difficile?

Sì. A casa manca il campo del gruppo e mancano le soglie: tempo, spazio, ritmo comune. Non significa che stai regredendo. Significa che stai imparando la parte più importante: portare dentro di te quella qualità, senza dipendere dalle condizioni esterne.

Che cosa significa “energia condivisa” in modo concreto?

Significa una qualità di presenza che si amplifica: respiro più regolare, attenzione più stabile, ascolto più profondo. Non è magia astratta, è un effetto reale della co-regolazione, del ritmo comune, della cura condivisa del dettaglio.

Come mantenere la continuità dopo una lezione di gruppo?

Non cercare di replicare tutto. Distilla una cosa e ripetila ogni giorno: tre minuti di respiro, un gesto, un piccolo rito d’inizio e fine. La continuità è fedeltà al poco, non inseguimento del molto.

Scritto da:

Isabella Schiavone

Giornalista professionista, scrittrice, istruttrice Mindfulness. Da luglio 2022 vice caporedattrice presso la redazione discipline olimpiche e paralimpiche di Rai Sport. Dal 2002 a giugno 2022 al Tg1, prima ad Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – Speciali, infine nella redazione Ambiente – Società – Sport come caposervizio.

Appassionata di inchieste sociali, ambientali e di storie di vita. Impegnata nel terzo settore.

Sono laureata in Sociologia a La Sapienza di Roma, specializzata in Giornalismo alla Luiss Guido Carli. Ho frequentato un corso di perfezionamento per inviati in aree di crisi della Fondazione Cutuli, che mi ha portato in Libano e in Kosovo embedded.

Ho iniziato a lavorare presto nelle radio e nelle tv locali, ho scritto per l’Ansaweb, per Redattore Sociale e per il Gruppo L’Espresso, mossa anche dalla passione per la multimedialità e l’online. Ho avuto il primo contratto in Rai al Giornale Radio, ho lavorato nella redazione Esteri del Tg2 e a Rai Educational, quando ero ancora universitaria.

Ho condotto la rubrica Tendenze del Tg1.

Ho vinto il Premio Luchetta Hrovatin nel 2006, con un’inchiesta sulla droga a Scampia andata in onda a Tv7 – Speciali Tg1. Ho ricevuto nel 2016 il Premio Pentapolis – Giornalisti per la Sostenibilità, in collaborazione con Ispra, Ministero dell’Ambiente, Lumsa e FNSI. A maggio 2017 un mio servizio andato in onda al Tg1, sul riconoscimento delle unioni civili, è stato premiato da Diversity Media Awards, grazie al lavoro dell’Osservatorio di Pavia, come miglior servizio andato in onda sulla diversità. A settembre 2018 ho ricevuto il Premio Responsabilità Sociale Amato Lamberti nella categoria giornalismo. A maggio 2019 un mio servizio sull’autismo è stato candidato ai Diversity Media Awards. Da maggio 2022 sono Ambasciatrice Telefono Rosa per il mio impegno in difesa dei diritti delle donne e a sostegno dei minori.

In oltre 20 anni ho realizzato, per il Tg1, numerose inchieste e reportage di denuncia sociale.

Ho insegnato “Teoria e tecnica del giornalismo televisivo” all’Università di Tor Vergata e ho ricoperto il ruolo di docente, per i giornalisti, nel processo di digitalizzazione del Tg1.

Amo e frequento l’Africa, dove ho realizzato due documentari autoprodotti, di cui uno girato con lo smartphone, andati in onda su Rai Uno.

A giugno 2017 è uscito il mio romanzo d’esordio, proposto al Premio Strega 2018, Lunavulcano (Lastaria Edizioni), i cui diritti d’autore sono devoluti in beneficenza in Africa. A settembre 2017 Lunavulcano ha vinto il Premio “Un libro per il cinema“, dedicato alla memoria di Paolo Villaggio, organizzato dall’Isola del Cinema di Roma.

A settembre 2020 è uscito Fiori di Mango (Lastaria Edizioni), proposto al Premio Strega 2021.

E’ di maggio 2024 il saggio “Pratico, ergo sum” (Mimesis Edizioni), con prefazione di Vito Mancuso, una guida gentile per rivoluzionare la società con la meditazione e il Tai Chi Chuan. L'ultimo libro è un saggio/inchiesta dal titolo "Lavoro tossico", Nutrimenti Edizioni.

Sono Istruttrice Mindfulness (o pratica dell’attenzione consapevole) e protocollo Mbsr (Mindfulness Based Stress Reduction) con diploma rilasciato da Sapienza Università di Roma e dal Center for Mindfulness della University of California of San Diego – in collaborazione con Italia Mindfulness – nell’ambito del Master universitario di II livello “Mindfulness: pratica, clinica e neuroscienze” (110 e lode).
Conduco gruppi di meditazione in presenza e online. Le mie aree di intervento sono: protocollo Mbsr, mindfulness aziendale, interventi mindfulness based individuali. Organizzo eventi di pratica con diverse realtà, tra cui Italia Mindfulness.

Pratico meditazione Vipassana da quasi un ventennio con Neva Papachristou e Corrado Pensa. Partecipo regolarmente ad intensivi e ritiri residenziali di varia lunghezza. Nel corso degli anni ho partecipato a numerosi ritiri di meditazione e ho seguito gli insegnamenti di diversi maestri tra cui Mario Thanavaro, Dario Doshin Girolami, Pablo D'Ors, Frank Ostaseski, Henk Barendregt, Ajahn Chandapalo.

Dal 2019 pratico Tai Chi Chuan stile Yang con Anna Siniscalco e dal 2023 Yoga con Silvia Mileto.