
C’è un equivoco frequente: meditare sarebbe “svuotare la mente” o raggiungere uno stato costante di calma. In realtà, molte pratiche meditative non chiedono di eliminare i pensieri, ma di cambiare il rapporto con i pensieri. Non si tratta di diventare imperturbabili, ma di diventare più capaci di riconoscere ciò che accade, mentre accade.
Nel mio libro Pratico, ergo sum (Mimesis Edizioni) parlo di meditazione come presenza mentale, “esserci, qui e ora”, non come concetto astratto, ma come addestramento progressivo, fatto di gesti piccoli e ripetibili.
Da questa prospettiva, la domanda “cosa succede al cervello quando meditiamo?” diventa concreta: riguarda attenzione, abitudini, reattività, e la possibilità di passare dalla reazione alla risposta.
Indice
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Cosa si allena davvero quando si medita
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Mente proliferante e Default Mode Network: perché il rimuginio si accende
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Stress, amigdala e regolazione emotiva: cosa cambia nella reattività
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Attenzione e controllo esecutivo: lo spazio tra stimolo e reazione
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Neuroplasticità: cosa può cambiare nel tempo
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Perché a volte meditare è difficile (ed è parte del processo)
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Domande frequenti (FAQ)
Cosa si allena davvero quando si medita
La meditazione, nelle forme più diffuse, non è “pensare meglio”. È allenare la consapevolezza: portare attenzione a un oggetto semplice (respiro, corpo, suoni), accorgersi della distrazione e tornare.
Nel mio saggio parlo di un obiettivo essenziale: “ripristinare un contatto armonioso tra mente e corpo”, familiarizzare con gli stati d’animo e distinguere ciò che può essere trasformato da ciò che va accolto con lucidità.
In termini pratici, questo allenamento include tre competenze:
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attenzione (restare con ciò che c’è)
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metaconsapevolezza (accorgersi di essersi persi)
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regolazione (non reprimere, non reagire automaticamente)
In “Pratico, ergo sum” viene formulato con un’immagine precisa: la pratica “crea uno spazio bianco tra stimolo e reazione… uno spazio in cui matura la risposta”.
Mente proliferante e Default Mode Network: perché il rimuginio si accende
Nel mio libro uso l’espressione mente proliferante: quella mente che moltiplica pensieri, commenti e scenari, e che sembra non conoscere pausa. Viene descritta anche con immagini corporee e immediate (come una pentola che bolle o un cane affamato), per rendere visibile l’esperienza di un’attività mentale che “va da sola”.
Le neuroscienze descrivono qualcosa di affine attraverso la Default Mode Network (DMN), una rete spesso associata al vagare mentale, all’autoriferimento e al rimuginio. In molti studi di neuroimaging, durante la meditazione si osserva una riduzione dell’attività della DMN rispetto a condizioni di controllo.
In modo semplice: la meditazione non “spegne” la mente. Riduce l’automatismo con cui il flusso mentale diventa regia e tribunale di ogni istante.
Stress, amigdala e regolazione emotiva: cosa cambia nella reattività
Quando si parla di cervello e meditazione, spesso si cita l’amigdala, coinvolta nell’elaborazione della minaccia e in aspetti della risposta allo stress. È una parte naturale del sistema di allerta, non un nemico. Il problema nasce quando l’allerta diventa l’unica modalità.
Programmi strutturati come l’MBSR (Mindfulness Based Stress Reduction) sono stati associati, in diversi lavori, a cambiamenti nello stress percepito e a misure neurobiologiche collegate alla regolazione emotiva.
Tuttavia, per un lettore, la trasformazione più utile è osservabile nella vita quotidiana: meno impulso immediato, più capacità di restare presenti mentre l’emozione si muove.
Nel mio libro questo passaggio viene chiamato “abitudine alla risposta salutare”: non un controllo rigido, ma una maturazione graduale della risposta.
Attenzione e controllo esecutivo: lo spazio tra stimolo e reazione
Nel saggio viene descritta la meditazione sul respiro (Anapanasati) come via per raccogliere la mente, ridurre la proliferazione mentale e aprire alla “chiara visione” quando la mente è “calma, raccolta, unificata”.
In letteratura scientifica, pratiche di focused attention chiamano in causa reti di controllo esecutivo, salienza e default mode.
Ma nella quotidianità questa architettura si traduce in un cambiamento preciso:
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la reazione viene riconosciuta prima che diventi gesto
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l’emozione viene sentita senza dover essere scaricata immediatamente
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una pausa diventa possibile, e con la pausa diventa possibile una risposta più pulita
È qui che la meditazione smette di essere “una tecnica di rilassamento” e diventa una pratica di presenza e responsabilità: lo spazio tra stimolo e reazione non è neutro, è un luogo in cui si sceglie.
Neuroplasticità: cosa può cambiare nel tempo
Il cervello è plastico: cambia con l’esperienza. La meditazione è esperienza ripetuta, intenzionale, quotidiana.
Alcuni studi hanno osservato cambiamenti misurabili dopo cicli di settimane (per esempio, in contesti MBSR).
Allo stesso tempo, la letteratura invita a prudenza: non tutti i risultati sono replicati con la stessa forza e l’interpretazione dei cambiamenti strutturali richiede attenzione metodologica.
Nel mio libro la posizione è volutamente sobria: si può iniziare con pochi minuti, coltivare anche la pratica informale, e “con il tempo” l’addestramento trasforma il modo di stare nelle cose.
Non serve una promessa assoluta. Serve continuità.
Perché a volte meditare è difficile (ed è parte del processo)
Un altro equivoco diffuso: se la meditazione “funziona”, allora ci si sente subito meglio. A volte accade. A volte, invece, fermarsi rende visibile ciò che veniva coperto da automatismi.
Nel saggio si insiste su questo: perseverando nella pratica si vedono e riconoscono processi abituali, reazioni automatiche, emozioni ricorrenti.
Questo può essere faticoso, ma è anche il punto in cui la pratica diventa reale.
La ricerca contemporanea discute anche possibili esperienze difficili o avverse in alcuni contesti e persone, soprattutto con pratiche intense e senza guida adeguata, e invita ad approcci graduali e sensibili alla storia individuale.
La regola pratica resta semplice: gradualità, radicamento nel corpo e accompagnamento competente.
Domande frequenti (FAQ)
Quali aree del cervello cambiano con la meditazione?
Le ricerche chiamano in causa reti legate a mind-wandering (Default Mode Network), salienza e controllo esecutivo, e in alcuni studi cambiamenti in regioni associate a regolazione emotiva. I risultati variano per tipo di pratica e metodi
Cosa succede alla Default Mode Network quando si medita?
In molti studi, durante la meditazione si osserva una riduzione dell’attività della DMN rispetto a condizioni di controllo. In termini esperienziali: diminuisce l’automatismo del rimuginio. Nel mio libro questo lavoro è descritto come incontro con la “mente proliferante” e addestramento al ritorno.
La meditazione cambia le emozioni o cambia il modo di attraversarle?
Spesso cambia soprattutto il modo: l’emozione viene riconosciuta e ospitata senza essere immediatamente agita o repressa. Nel libro questa capacità viene definita “risposta salutare” e viene collegata alla possibilità di non restare prigionieri dei processi automatici.
Quanto tempo serve per vedere effetti?
Molti protocolli di ricerca lavorano su cicli di otto settimane, ma nella pratica quotidiana contano continuità e sostenibilità. Nel libro viene sottolineata l’importanza di iniziare con poco, portare la pratica nella vita ordinaria e lasciare che il cambiamento sia progressivo.
È normale sentirsi agitati o tristi all’inizio?
Può accadere: fermarsi può rendere più visibili emozioni e tensioni che prima venivano coperte. Se l’esperienza diventa intensa o destabilizzante, è consigliabile ridurre, tornare al corpo, sempre accompagnati da una guida competente. La pratica non è una prova di forza.
Dunque, cosa succede al cervello quando si medita? Succede che l’automatismo perde centralità. La mente non viene cancellata, viene compresa. L’emozione non viene eliminata, viene regolata. L’attenzione non viene “migliorata” come performance, viene resa più libera.
Nel mio libro Pratico, ergo sum questo viene tenuto insieme da un’idea semplice: meditare è praticare presenza, e la presenza, nel tempo, cambia il modo di stare nel mondo, perché riapre lo spazio in cui può maturare una risposta.
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