La società della prestazione non si limita alla vita professionale. Oltre che nei fogli Excel e nei target, si annida anche nei luoghi dove la tregua è una promessa: sul tappetino di yoga, sul cuscino di meditazione, nei parchi dove si pratica Tai Chi Chuan.

Si infila tra un respiro e l’altro, tra un movimento e l’altro, travestita da buona abitudine. Orari rigidi, minuti contati, serie predefinite. Nella nostra agenda mentale ci diciamo: “almeno mezz’ora al giorno di meditazione seduta”, “meglio al mattino a digiuno”, “un’ora di pratica di Tai Chi Chuan tutti i giorni”. E quando non ci riusciamo, nasce il senso di colpa o, peggio, di inadeguatezza. Dimentichiamo che la vita accade, il corpo a volte è stanco, la mente può chiedere altro. Ed è legittimo.

Spesso, anche nei praticanti esperti, l’onestà del limite si offusca. Il confine della giusta via di mezzo viene oltrepassato dalla logica della performance. E il vecchio mantra torna a bussare: se non faccio, non miglioro. Se non miglioro, fallisco. Stessa logica che pervade il mondo del lavoro: l’ossessione del risultato a discapito della salute. Solo che qui, paradossalmente, la chiamiamo benessere. Tossicità travestita da percorso interiore.

Pratiche nate per tornare a noi stessi, per lasciar brillare la nostra luce al netto di ansia, tensioni, distrazioni, diventano terreno di nuova competitività. Cronometri spirituali, app che misurano respiri, posizioni “instagrammabili”. La presenza viene convertita in performance: si “fa bene” se si resiste, se si tiene l’asana tre minuti, se si pratica la forma in venti, se si medita senza muovere un muscolo. E se si posta sui social il risultato. Ci si confronta con l’allievo accanto, con l’insegnante, con una versione idealizzata di sé.

Si dimentica che la pratica, per definizione, non è spettacolo: è territorio privato, intimo, talvolta scomodo. Non esiste un merito da esibire, ma un’attenzione da coltivare.

Il mercato del benessere, con le sue scorciatoie e i suoi pacchetti motivazionali più utili al marketing che allo spirito, alimenta l’equivoco. Promette risultati in quattro settimane, posture perfette se scarichi l’app, mente sgombra come un cielo limpido. La vita, però, è un’altra cosa: lavoro precario o eccessivo al limite del burnout, figli, genitori anziani, affitti, traffico, notti insonni. Dentro questa concretezza la pratica deve imparare a respirare, non a imporsi. Quando diventa griglia Excel e non spazio, quando pretende invariabilità e non ascolto, replica proprio il sistema tossico da cui vorrebbe liberarci.

La disciplina è un mezzo: protegge ciò che nutre finché resta flessibile. Diventa gabbia quando difende l’immagine del praticante virtuoso, impeccabile, mai stanco, mai arrabbiato.

La colpa è l’incentivo preferito della prestazione. Funziona nel lavoro, funziona nello sport, funziona anche qui. Salti una sessione? Recupera. Hai fatto “solo” dieci minuti? Non è abbastanza. Hai scelto di riposare? Sei pigro. Questo linguaggio — punitivo, giudicante — ha effetti misurabili sul corpo e sulla mente: irrigidisce, toglie respiro, trasforma il gesto in un dovere senz’anima. La pratica smette di essere casa e diventa ufficio: badge, obiettivi, rendiconti. Si perde ciò che conta: la domanda umile “come sto?” sostituita da grafici interiori. Si lavora per mostrare, aderire, conformarsi. Non per sentire.

Non è un invito al lassismo o alla discontinuità. È, al contrario, una richiesta di serietà. La serietà della cura, non dell’ostentazione. Praticare vuol dire organizzare la propria vita per farle spazio senza violentarla. Una finestra larga al mattino invece dell’ora esatta; meditazione camminata per entrare in ufficio; tre respiri consapevoli in coda al semaforo invece del rimprovero a sé stessi. La qualità non si misura “a minuto”: si riconosce dal clima interno che lascia. Se la pratica ci rende più duri con noi e con gli altri, qualcosa si è incrinato. Se alimenta il giudizio e non l’ascolto, stiamo solo cambiando palcoscenico alla stessa recita.

C’è poi il ruolo dei contesti in cui pratichiamo. Le comunità possono sostenere (non a caso il Sangha rientra nei Tre Gioielli, insieme al Buddha e al Dharma) o schiacciare. Classi in cui si esalta chi è più “avanti”, cerchi dove si celebrano i record di immobilità come medaglie, insegnanti che confondono la guida con il comando. È sempre l’ego, a parlare. La funzione di chi conduce non è imporre performance o crearsi un pubblico, ma aprire possibilità. Aiutare a crescere nel cammino. Lasciare che ognuno fiorisca a modo proprio, con i suoi tempi e le sue possibilità. Offrire alternative, legittimare la pausa, mettere al centro il processo e non il risultato. Chiedere — e insegnare a chiedersi: cosa serve oggi al tuo corpo? Qual è la soglia giusta per te? E accettare che la risposta cambi, perché la vita cambia. Ce lo insegna l’impermanenza.

La pausa non interrompe: costruisce. Senza pause non c’è integrazione. Senza integrazione non c’è trasformazione. Senza trasformazione non c’è crescita.

Il linguaggio — anche quello interno — tradisce l’orientamento. “Ho saltato la pratica” suona come un delitto. “Oggi ho ascoltato la stanchezza” sussurra gentilezza amorosa, responsabilità compassionevole. “Devo recuperare” apre un debito; “riprendo da qui” restituisce il presente. Ricominciare. Ricominciare sempre. Piccole traslazioni che non edulcorano, ma decostruiscono la retorica della colpa. E, più in profondità, spostano il baricentro dal fare all’essere.

La verità è semplice: non c’è nulla da migliorare per essere degni. C’è da esserci. Il miglioramento — quando arriva — talvolta si presenta con forme incomode: noia, fastidio, vuoto. Ci vuole tempo per fare spazio, osservare, sentire. Il cambiamento è effetto collaterale dell’esserci, non il suo scopo.

Una delle trappole più subdole è l’autoinganno del “bene superiore”: faccio fatica, quindi sto crescendo. Non sempre. A volte replichiamo nel corpo la violenza del mondo che ci ferisce. Forziamo un ginocchio per non fermarci, tratteniamo il respiro per non sentire, stringiamo i denti per non cedere. La chiamiamo resilienza e la celebriamo come virtù. Spesso è anestesia.

La pratica chiede l’opposto: attraversare, non scavalcare. Nominare, non negare. Concedersi il limite, non giudicarlo. È più coraggioso fermarsi in una postura che fa parlare la paura piuttosto che “spingere oltre”? È più onesto ridurre la durata di una meditazione quando la mente è un alveare, invece di sbandierare un’ora di immobilità rancorosa?

Che cosa resta, allora? Resta un patto silenzioso con sé stessi. Poche promesse, chiare. Un’àncora quotidiana piccola quando sentiamo che è troppo, che abbiamo bisogno di riposo — cinque minuti, dieci, ciò che è realistico — e la disponibilità ad allargare quando ci sono le condizioni, non per dovere. Resta un quaderno interiore in cui non si contano i minuti ma si annotano le condizioni: sonno, umore, bisogni. Resta l’onestà di dire “oggi no” senza sentirsi per questo peggiori. Resta la comunità, quando è sana: non platea, non antagonismo, non spettacolo. Risonanza, accoglienza, riconoscimento.

Resta la responsabilità degli insegnanti: meno performance, più processi. Meno slogan, più cura. Meno ambizioni egoiche riversate sugli allievi, più sobrietà. Occhi per guardare, cuore per sentire, mente per riconoscere e restituire. Anche il riconoscimento dei progressi di un allievo è un atto di onestà: una restituzione da cuore a cuore.

Se la pratica torna a essere luogo di libertà e verità, accade qualcosa di semplice e rivoluzionario: smette di somigliare al lavoro tossico che vogliamo dimenticare e ricomincia a educarci alla vita. Non c’è niente da mostrare, da contare, da postare. C’è solo uno spazio da proteggere. Un respiro da cui ripartire. Un corpo da ascoltare. Una mente da incontrare senza paura. È poco? No. È tutto.

(Articolo pubblicato su Rispirazioni.it)

Scritto da:

Isabella Schiavone

Giornalista professionista, scrittrice, istruttrice Mindfulness. Da luglio 2022 vice caporedattrice presso la redazione discipline olimpiche e paralimpiche di Rai Sport. Dal 2002 a giugno 2022 al Tg1, prima ad Uno Mattina, poi come inviata a Tv7 – Speciali, infine nella redazione Ambiente – Società – Sport come caposervizio.

Appassionata di inchieste sociali, ambientali e di storie di vita. Impegnata nel terzo settore.

Sono laureata in Sociologia a La Sapienza di Roma, specializzata in Giornalismo alla Luiss Guido Carli. Ho frequentato un corso di perfezionamento per inviati in aree di crisi della Fondazione Cutuli, che mi ha portato in Libano e in Kosovo embedded.

Ho iniziato a lavorare presto nelle radio e nelle tv locali, ho scritto per l’Ansaweb, per Redattore Sociale e per il Gruppo L’Espresso, mossa anche dalla passione per la multimedialità e l’online. Ho avuto il primo contratto in Rai al Giornale Radio, ho lavorato nella redazione Esteri del Tg2 e a Rai Educational, quando ero ancora universitaria.

Ho condotto la rubrica Tendenze del Tg1.

Ho vinto il Premio Luchetta Hrovatin nel 2006, con un’inchiesta sulla droga a Scampia andata in onda a Tv7 – Speciali Tg1. Ho ricevuto nel 2016 il Premio Pentapolis – Giornalisti per la Sostenibilità, in collaborazione con Ispra, Ministero dell’Ambiente, Lumsa e FNSI. A maggio 2017 un mio servizio andato in onda al Tg1, sul riconoscimento delle unioni civili, è stato premiato da Diversity Media Awards, grazie al lavoro dell’Osservatorio di Pavia, come miglior servizio andato in onda sulla diversità. A settembre 2018 ho ricevuto il Premio Responsabilità Sociale Amato Lamberti nella categoria giornalismo. A maggio 2019 un mio servizio sull’autismo è stato candidato ai Diversity Media Awards. Da maggio 2022 sono Ambasciatrice Telefono Rosa per il mio impegno in difesa dei diritti delle donne e a sostegno dei minori.

In oltre 20 anni ho realizzato, per il Tg1, numerose inchieste e reportage di denuncia sociale.

Ho insegnato “Teoria e tecnica del giornalismo televisivo” all’Università di Tor Vergata e ho ricoperto il ruolo di docente, per i giornalisti, nel processo di digitalizzazione del Tg1.

Amo e frequento l’Africa, dove ho realizzato due documentari autoprodotti, di cui uno girato con lo smartphone, andati in onda su Rai Uno.

A giugno 2017 è uscito il mio romanzo d’esordio, proposto al Premio Strega 2018, Lunavulcano (Lastaria Edizioni), i cui diritti d’autore sono devoluti in beneficenza in Africa. A settembre 2017 Lunavulcano ha vinto il Premio “Un libro per il cinema“, dedicato alla memoria di Paolo Villaggio, organizzato dall’Isola del Cinema di Roma.

A settembre 2020 è uscito Fiori di Mango (Lastaria Edizioni), proposto al Premio Strega 2021.

E’ di maggio 2024 il saggio “Pratico, ergo sum” (Mimesis Edizioni), con prefazione di Vito Mancuso, una guida gentile per rivoluzionare la società con la meditazione e il Tai Chi Chuan. L'ultimo libro è un saggio/inchiesta dal titolo "Lavoro tossico", Nutrimenti Edizioni.

Sono Istruttrice Mindfulness (o pratica dell’attenzione consapevole) e protocollo Mbsr (Mindfulness Based Stress Reduction) con diploma rilasciato da Sapienza Università di Roma e dal Center for Mindfulness della University of California of San Diego – in collaborazione con Italia Mindfulness – nell’ambito del Master universitario di II livello “Mindfulness: pratica, clinica e neuroscienze” (110 e lode).
Conduco gruppi di meditazione in presenza e online. Le mie aree di intervento sono: protocollo Mbsr, mindfulness aziendale, interventi mindfulness based individuali. Organizzo eventi di pratica con diverse realtà, tra cui Italia Mindfulness.

Pratico meditazione Vipassana da quasi un ventennio con Neva Papachristou e Corrado Pensa. Partecipo regolarmente ad intensivi e ritiri residenziali di varia lunghezza. Nel corso degli anni ho partecipato a numerosi ritiri di meditazione e ho seguito gli insegnamenti di diversi maestri tra cui Mario Thanavaro, Dario Doshin Girolami, Pablo D'Ors, Frank Ostaseski, Henk Barendregt, Ajahn Chandapalo.

Dal 2019 pratico Tai Chi Chuan stile Yang con Anna Siniscalco e dal 2023 Yoga con Silvia Mileto.