La casa di Simone

Entrare bambino in una casa popolare della Capitale al settimo piano, uscirne per la prima volta il giorno del venticinquesimo compleanno. Vedere la luce del sole dopo dodici anni, per Simone è un miracolo. Un sogno da cui mamma Sara non vorrebbe più risvegliarsi: “Dimmi che è vero, dimmi che non sto sognando”, mi dice con gli occhi bagnati.

Questa è una storia che si fa fatica a raccontare. Perché dietro nasconde molta sofferenza e dolore, ma anche tanta grinta e tenacia, forza ed amore. Per chi frequenta questo blog e mi segue al Tg1, Sara e Simone sono due persone oramai familiari. Lei è una mamma caregiver sola, che si occupa a tempo pieno di Simone, gravemente disabile.

Sara e Simone passano più di un Natale soli e senza riscaldamento, confinati in una casa diventata una prigione, da cui non si può uscire neppure per un controllo medico. Perché Simone vive allettato, ha bisogno di una sorveglianza continua, la notte ha crisi respiratorie drammatiche. E mamma Sara è sola, vedova, ha dovuto lasciare il lavoro per seguirlo a dovere,  è spesso abbandonata dai servizi sociali e dalle Istituzioni, vive di aiuti.

Ma Sara non si arrende. Ed ogni ostacolo è per lei, donna intelligente e grintosa, motivo di battaglia, analisi e motivata protesta. Sara incontra nel suo cammino persone che prendono a cuore la sua situazione, a partire da Elena Improta, presidente dell’Associazione Oltre lo sguardo Onlus. Sorelle di cuore. Così dice Elena. E queste sorelle di cuore si uniscono sotto un unico abbraccio per proteggere, sostenere ed aiutare mamma Sara in una grande impresa: quella di trovare una casa popolare al pian terreno. Per poter realizzare questo sogno, Sara deve saldare un debito con il Comune di Roma. Viene fatto un appello su questo blog e la vostra generosità risuona forte. E’ una scossa di terremoto, che  squarcia la terra senza fare danni. Un’ondata di amore e solidarietà che accompagna Sara e Simone nella loro danza vorticosa in questa vita. Li fa volteggiare fino al nuovo indirizzo: una abitazione con un giardino dove Simone può essere trasportato con il suo letto con le ruote.

Grazie a voi, Simone da ieri ha rivisto la luce del sole. Ha dormito la sua prima notte nella nuova casa, confortevole, silenziosa, con piante odorose tutt’intorno al prato. Perché Simone, non vedendo, possa inebriarsi del profumo del limone, del gelsomino, dell’erba tagliata.

L’uscita dalla vecchia casa è una specie di ridiscesa agli inferi. Sette piani. Quattro persone a sorreggere la barella con cui viene trasportato Simone. Mamma Sara gli sussurra parole di serenità per non farlo agitare. Varcato il portone, il fascio di sole colpisce Simone con inaspettata violenza. Stare chiusi in una casa per dodici anni. Una prigione buia. Rivedere di colpo il sole può essere un trauma, Ma Simone sorride beato, con occhiali da sole troppo grandi e leziosi per lui. Sale in ambulanza senza fare storie. Qualche lamento, ma innocuo. Poi, il trasporto verso una nuova vita. Caronte che traghetta le anime. Solo che  l’Ade, stavolta, ha sembianze diverse.

Appena arrivati, a colpire è la luce ed il silenzio.

C’è una folla di persone ad accogliere Sara e Simone. Amici, conoscenti, persone intervenute per dare una mano in questo lungo percorso, politici. Sara piange. Sara ringrazia. Sara si emoziona: “Adesso, amore mio, non ci sono più muri”, sussurra a Simone con la voce più soave che abbia.

“Mi sembra di stare in vacanza, Isabella –  bisbiglia – dammi un pizzicotto!”.

Io, Sara, non ti sveglio. Perché questo è il vostro sogno e spero che ci stiate dentro con tutte le scarpe.

 

2 thoughts on “La casa di Simone

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