Lunavulcano, Incontro

Cari amici,

vi regalo parte del primo capitolo di Lunavulcano, Lastaria Edizioni

Il nostro è un appuntamento fisso. Quasi ogni sera Lunavulcano ed io dobbiamo assolvere al
nostro dovere: giocare almeno tre turni di fila a Ruzzle. Non è importante chi vinca. Tra una
partita e l’altra, ogni tanto ci scappa un messaggio: di congratulazioni, quando la più forte
viene battuta, o di incoraggiamento, se una delle due perde molte partite consecutive.
Lunavulcano non l’ho mai vista. Non conosco neppure il suono della sua voce. So che di lavoro
fa la parrucchiera e ha una figlia di cinque anni, avuta alla soglia dei quaranta. È allegra,
spiritosa e combattiva. Accompagna la zia a casa alle dieci di ogni sera e va in vacanza al mare.
È stanca, come tutte le donne che lavorano e si occupano anche della famiglia, ma a quei dieci
minuti serali di Ruzzle lei non rinuncia. Come me. Quell’incastro di parole, dall’alto in basso,
da destra verso sinistra, in ogni direzione, indica metaforicamente una strada da percorrere per
risolvere i problemi: magari la più fantasiosa, la più creativa, nonché la più inaspettata.
Mi piace questa presenza quotidiana, affidabile e non invadente. Ieri sera ero pensierosa.
Avevo appena finito di scrivere alle mie amiche del cuore e in tivù non c’era granché. Fuori stava
di nuovo per piovere. Meglio leggere, mi sono detta. Smanetto un po’ con il cellulare e gioco
l’ultima partita con Lunavulcano, prima di riprendere il libro sui monasteri. In questo periodo
sto andando in giro per l’Italia per dei servizi televisivi sul turismo religioso: Bose, Camaldoli,
Subiaco… Mete senza tempo alla ricerca di silenzio e pace. Apro Ruzzle e trovo un messaggio di Lunavulcano: “… Ma è sempre una suspense giocare con te… ihihihihih… non molli nemmeno
tu”. Sorrido, perché è vero. Batto spesso Lunavulcano, ma quando perdo due o tre partite consecutive mi accanisco per recuperare credito ai miei stessi occhi. Poi Lunavulcano si presenta: “Sono Maria”.
“Isabella”, rispondo. Poi mi complimento per la foto che la ritrae con la figlia: malgrado il formato sia minuscolo, si intravede un bel sorriso e una bimba molto graziosa. Oramai gioco quasi solo con lei. Perché le partite sono divertenti e molto combattute: fino alla fine non sai mai chi vincerà. Mi capita di giocare all’aeroporto, durante l’attesa prima dell’imbarco per una trasferta di lavoro o nei momenti prima di andare a dormire, magari in bagno. Le scrivo proprio
questo, che non sempre riesco a dare il massimo, perché spesso mi trovo chissà dove e non sono totalmente concentrata. In pratica, quella piccola icona, da cui non si vede granché ed è difficile distinguere i tratti del viso, mi accompagna silenziosamente in diversi momenti della giornata, senza sapere chi io sia, dove mi trovi e cosa stia facendo.
“Benissimo”, fa lei, “beh, bella vita anche la tua… beh, allora io ti rompo parecchio… ihihihihih”.
Simpatica Maria. Questo suo ridacchiare mi mette di buonumore. Ha un non so che di beffardo
e infantile. Chissà com’è la sua vita.
“Scusa, ma hai visto ’sto punteggio… ma dai… come si fa… che sono ignorante”, scrive lei. “Capita, a volte io non vedo parole ovvie”, le rispondo. Ho perso tre partite consecutive, ma giocavo dai posti più improbabili. Ieri sera mi sono impegnata: cinque minuti di concentrazione vera e ho raddoppiato il punteggio. In verità, non mi andava proprio di pensare.
“Tu hai figli? Domanda assurda, visto il tuo lavoro”, scrive Maria. Ecco, giusto perché non
mi andava di pensare. “No”, rispondo io, “ma ho 39 anni. Magari tra un po’”.
In genere, non ho problemi a confidarmi con gli amici stretti e le persone più care.
Eppure tra sconosciuti, soprattutto se protetti da una barriera tecnologica, si può arrivare a
parlare di argomenti molto privati con più facilità.
Tempo fa ho avuto a che fare con un tipo, più giovane di me di quattro anni, che di persona
parlava poco e niente, mentre di sera, via chat, si scatenava fino a tarda notte, confidando
ogni cosa di sé: della malattia della mamma, del papà defunto, delle difficoltà a trovare coetanei interessati al cinema e all’arte. La situazione durò poco. Io ero a disagio, perché dopo
un rodaggio di qualche ora, iniziava a scrivere della sua preoccupazione per la mamma malata
a notte fonda. Così, non potevo più salutarlo per andare a dormire: mi sentivo nel dovere morale di ascoltarlo e il giorno dopo ero esausta per non aver quasi chiuso occhio. Una volta, dopo avergli fatto capire che magari potevamo parlare a voce oppure proseguire questo surreale scambio in chat in orari più consoni, gli scrissi che a mio parere avrebbe dovuto rivolgersi ad uno psicologo. Si infuriò. Fui accusata di essere in cattiva fede, di aver finto di essere un’amica e altre cose che mi fecero riflettere. Forse mi ero espressa male oppure lui aveva frainteso le mie parole… d’altronde, gli scrissi sfinita (sia dal sonno che da lui), il limite della mediazione tecnologica è proprio questo: non si sente l’inflessione della voce, non passano le emozioni del corpo, non ci si guarda negli occhi. Il tipo se la prese molto….

(continua)

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